Conversazione con il Prof. Enzo Siviero su IA, bellezza e futuro del costruire

Enzo Siviero, Rettore dell'Università eCampus, è ingegnere, accademico e scrittore italiano, nonché architetto honoris causa.

Fondatore nel 1989 della rivista Galileo, che tuttora dirige, all'interno della comunità accademica si è fatto promotore della cultura della progettazione strutturale attraverso un'instancabile attività editoriale, espositiva e convegnistica. Il suo lavoro didattico e di ricerca, incentrato sul tema del ponte, è volto a promuovere tra gli architetti un approccio progettuale che contempli sapienza costruttiva e ricerca estetico-formale; proprio per questo è stato relatore di oltre settecento tesi di laurea sul rapporto struttura-forma.

Lo abbiamo incontrato per una conversazione a tutto campo sul rapporto tra Intelligenza Artificiale e arte del costruire: un dialogo che, come nel suo stile, ha attraversato ingegneria, filosofia, storia e poesia.

Professore, Lei è stato definito «il Kant dei ponti» per la Sua capacità di elevare l'infrastruttura a opera d'arte totale, sintesi di forma e funzione. Oggi l'Intelligenza Artificiale irrompe nel mondo della progettazione con una potenza generativa senza precedenti: come vive questa rivoluzione e quale impatto ritiene avrà sulla dimensione poetica e culturale del costruire?

È indiscutibile che l'intelligenza artificiale ci stia dando una mano, non tanto e solo sulla creatività possibile — perché in fondo si basa sulle cose già viste, come si dice déjà vu — ma sostanzialmente perché ci mette nelle condizioni di esplorare ipotesi non ancora completamente sviluppate. Certo, quello che ne esce dall'interrogazione di tipo classico può anche sbalordire, ma nello stesso tempo ci si rende conto che bisogna metterci le mani: non bisogna lasciare l'intelligenza artificiale da sola, bisogna farsi accompagnare da lei e a nostra volta accompagnare lei.

Credo che gli impatti possano essere estremamente positivi perché gli ingegneri, attraverso l'intelligenza artificiale, possono essere stimolati a esplorare campi diversi, sui quali coltivare ipotesi successive. In fondo io la vedo in positivo, purché tenuta sotto controllo.

Nella Sua visione, il ponte non è mai solo un manufatto tecnico ma un atto interpretativo del luogo, una risposta a ciò che il territorio chiede. Un algoritmo, per quanto sofisticato, può davvero cogliere quella dimensione di ascolto del paesaggio e della comunità che Lei considera fondativa del progetto, o resta inevitabilmente confinato nel dominio del calcolo?

Questa domanda mi invita a nozze. Io ho fatto del soggetto-ponte l'obiettivo della mia vita, non solamente della mia personale, ma anche di quella delle generazioni attuali e future. Non sto inventando nulla: sto semplicemente riproponendo temi che nel passato sono stati sviluppati, probabilmente non con quella enfasi alla quale io ormai sono abituato a dare ascolto.

È indiscutibile che il ponte, essendo tra l'altro una metafora assoluta, ci consenta di sognare, di avere emozioni, di interagire con esso. Il ponte, soprattutto se è ad arco e si riflette nell'acqua, diventa un occhio — e quindi ti guarda. E se lo ascolti, ti ascolta, come ascolti il luogo. Il genius loci, anche se in senso stretto non esiste, esiste nella suggestione, e nel momento in cui uno progetta non può prescindere dall'impatto che ha nel territorio, per far diventare il ponte un elemento essenziale nel paesaggio.

È lo stesso ponte che può determinare un paesaggio diverso: un paesaggio di unione, di fratellanza, di amicizia, di condivisione — non solo tra luoghi e territori, ma tra popoli e culture.

Nella storia dell'ingegneria, ogni nuovo strumento — dal calcolo agli elementi finiti alla modellazione parametrica — ha ampliato lo spazio delle forme possibili. L'AI sembra portare questa espansione all'estremo, generando soluzioni che nessuna mente umana avrebbe concepito. Questo eccesso di possibilità rischia di diventare un ostacolo alla sintesi progettuale, oppure può rappresentare una liberazione creativa per l'ingegnere-artista?

Non vi è dubbio che la creatività non sia altro che mettere insieme le cose che già esistono in modo diverso. In questo consiste, secondo me, la pseudo-creatività dell'intelligenza artificiale: esplora tutte le forme possibili fino a quel momento e le ricompone. Però, anche se il calcolo è essenziale e indiscutibile — nella triade vitruviana la firmitas si accompagna alla utilitas — non si può prescindere dalla venustas. Io credo che queste opportunità vadano esplorate fino in fondo, senza limiti e senza pregiudizi, mettendoci naturalmente nella condizione di verificare se quello che viene proposto fa parte di una possibilità reale o semplicemente di un sogno.

La storia da questo punto di vista ci insegna: noi ci siamo affrancati dalla schiavitù del calcolo. Io ricordo — mi sono laureato nel '69 — che allora i programmi di calcolo praticamente non esistevano; bisognava fare tutto a mano. Questo probabilmente aveva dei grandi vantaggi dal punto di vista del tenere sotto controllo il tutto, ma dei grandissimi svantaggi, perché per fare una semplice risoluzione qualche volta ci mettevi mesi, con il rischio di sbagliare. Oggi questo non è più un vincolo: siamo in grado con i programmi di calcolo di raggiungere un livello di sofisticazione nell'analisi strutturale che prima era assolutamente impensabile.

Attenzione però: a un certo momento la concettualità non ti viene dal calcolo, ma ti viene dall'intuizione e dall'esperienza, che si basa ancora una volta sulla storia, anche di sé stessi. Io credo che l'intelligenza artificiale possa essere uno stimolo ulteriore a fare meglio, tenendo conto di tutti i parametri. Però — lo ripeto ancora una volta — va tenuta sotto controllo: non bisogna credere ciecamente a quello che esce, perché altrimenti potremmo commettere errori colossali.

Lei ha dedicato la Sua carriera alla formazione di giovani ingegneri, insegnando loro che progettare è un atto culturale prima che tecnico. Con l'avvento dell'AI, teme che le nuove generazioni possano perdere il contatto con la fatica del comprendere — lo studio della storia, l'osservazione diretta del territorio, il disegno a mano — delegando alla macchina ciò che dovrebbe nascere dall'esperienza vissuta?

Sì, è vero, effettivamente c'è questo rischio, anche perché abbiamo visto nell'ultimo decennio, soprattutto con i social, una deriva verso una semplificazione complessiva che non aiuta: se non ci sono i fondamenti, non è possibile sviluppare un processo critico. Ci si limita alla superficie, i ragazzi tra loro non comunicano, non approfondiscono. Noi avevamo il Bignami che ci aiutava a risolvere le questioni, soprattutto in corrispondenza dell'esame, però il Bignami non era sostitutivo, era un ausilio. I nostri giovani devono ritornare a studiare la storia, ad avere la curiosità di approfondire anche al di là di quello che viene trasmesso dal docente.

Io da questo punto di vista sono anche un esempio: non mi sono mai accontentato di quello che mi raccontavano. Volevo approfondire, volevo capire, volevo vedere cosa c'era al di là — in questo concetto che uso da molto tempo dell'«oltre». Non mi accontento, non mi accontentavo, né mi accontenterò. L'intelligenza artificiale ci può aiutare non tanto a semplificare, quanto a farci riflettere. Questa capacità di riflessione, che purtroppo si è persa a prescindere dall'intelligenza artificiale, credo che l'AI possa stimolarla ulteriormente. I giovani dovrebbero affrontarla così: esplorare ipotesi, interrogare, modificare, reinterrogare, e sostanzialmente avere una coscienza critica di quello che può essere il mondo.

Non è un problema solamente di ponti o di calcolo: è un problema di tipo generale. I nostri ragazzi molto spesso non hanno né la voglia né la capacità di approfondire, e di questo approfondimento abbiamo assoluto bisogno. Per andare avanti bisogna guardare indietro: torno ancora una volta alla storia, che si dice «maestra di vita» — anche se poi ogni caso è un unicum. Anzi, forse ancora più della storia è la filosofia che ci può aiutare: la storia del pensiero filosofico è in fondo la storia dell'umanità.

Il concetto di digital twin e il monitoraggio strutturale basato su AI stanno trasformando il rapporto tra il ponte e il tempo, rendendo l'infrastruttura capace di comunicare il proprio stato di salute. Questa dimensione di intelligenza incorporata nell'opera cambia anche il modo in cui il progettista pensa la forma iniziale, sapendo che il ponte non sarà più un oggetto statico ma un sistema vivo e adattivo?

Io francamente non credo che la possibilità di monitorare oltre ogni limite aiuti più di tanto, perché la concettualità non si misura soltanto sul monitoraggio. Il monitoraggio serve semplicemente per tenere sotto controllo quello che noi avevamo intuito, ma sono cose che non avevano bisogno di questa grande sofisticazione. Anzi, mi sembra che il monitoraggio sia diventato più una moda, una necessità psicologica per togliersi le responsabilità. Prima di tutto bisogna conoscere i materiali, le strutture, le tecniche costruttive, le tecniche di manutenzione. I monitoraggi, anche attraverso questi sistemi sofisticati, non dico che siano inutili, ma sono certamente sopravvalutati: la quantità di dati che vengono trasmessi è talmente esuberante che si fa fatica a controllarli. Quello di cui c'è bisogno è riprendere le uscite dei monitoraggi e sintetizzarle — e da questo punto di vista l'intelligenza artificiale potrebbe essere uno strumento estremamente utile.

Ma non è attraverso i monitoraggi che noi miglioriamo il sistema. Il sistema viene migliorato con una concezione corretta iniziale, con un'esecuzione che sia emblematica di un modo di fare come era nel passato, e soprattutto con un sistema di manutenzione. Se vogliamo che la struttura viva, bisogna mantenerla nel tempo. In fondo le strutture sono come l'essere umano: vanno mantenute, e se è il caso anche attraverso il monitoraggio specifico, il controllo, e eventualmente anche delle protesi. Questo parallelismo tra il ponte e l'uomo io credo che sia fondamentale.

Del resto io dico molto spesso: il calcestruzzo è come un bambino, va protetto. Bisogna dargli da bere — bagnare il calcestruzzo come dare da bere al bambino — va protetto dal vento, dalle intemperie e anche dal sole. Se noi facciamo questo parallelismo, probabilmente molte cose le possiamo fare meglio.

Pier Luigi Nervi parlava di «verità strutturale» come fonte di bellezza, e Lei ha spesso evocato la necessità che la forma esprima onestamente il lavoro delle forze. L'AI, nella sua capacità di ottimizzazione topologica, produce strutture che sono oggettivamente efficienti ma spesso di difficile lettura per l'occhio umano. Come si concilia la verità strutturale algoritmica con l'esigenza di una bellezza universalmente comunicabile?

Rispondo con un concetto che secondo me va implementato: io non credo che la verità strutturale sia sempre anche una verità architettonica. Anzi, più di qualche volta mi è sembrato di capire che effettivamente non è così. Del resto lo stesso Morandi — che io adoro, e anzi cerco di riqualificarne e rivitalizzarne la statura straordinaria: il più grande ingegnere italiano del Novecento — lo diceva: ci sono molte soluzioni rispetto a un problema strutturale, e si sceglie la migliore.

Io stesso, fra la verità architettonica e la verità strutturale, preferisco la verità architettonica, perché è quella che si vede, quello che il cittadino comune percepisce. La verità strutturale è appannaggio degli ingegneri strutturisti, e nemmeno di tutti. Certo, con l'intelligenza artificiale ci troviamo di fronte a forme che apparentemente non sono facilmente codificabili, e probabilmente non sono nemmeno verificate, perché le modalità con cui vengono creati questi artefatti non sono sempre perfettamente corrette.

Comunque ci sono e vanno valutate. Bisogna essere molto pragmatici, ma nello stesso tempo basare la propria attività su una solida base culturale, altrimenti finiamo per fare dei pupazzi o semplicemente per inventarci il nulla.

Se potesse immaginare il ponte ideale del futuro — progettato in collaborazione tra intelligenza umana e artificiale — come lo descriverebbe? Quale equilibrio vedrebbe tra la potenza computazionale della macchina e quella visione umanistica del costruire che Lei ha sempre posto al centro della Sua opera e del Suo insegnamento?

Io ho sempre cercato di insegnare a capire le strutture, leggerle, farle parlare, ascoltarle. Ti guardano. Per me, come ho detto parecchie volte, il ponte non è un oggetto, ma un soggetto: ti parla, ti dice, ti racconta, ti stimola, ti fa sognare. Ma il ponte, se ti guarda, ti giudica. E se tu produci un soggetto becero, banale — «brutto, sporco e cattivo» — nella bruttezza si vive male. Nella bellezza si vive bene.

Quando si dice «la bellezza salverà il mondo», si dice semplicemente che ognuno di noi ha bisogno di bellezza. E noi italiani da questo punto di vista siamo maestri al mondo, a partire soprattutto dal Rinascimento, che tutti ci hanno copiato. Io credo che noi siamo in grado di sviluppare ancora oggi una creatività che altri non hanno. Gli algoritmi ci sono, ci servono, ma sono strumenti — e lo strumento non risolve il problema del fine.

Il fine è produrre qualcosa che è piacevole. Questo concetto di piacevolezza, a mio avviso, va al di là della bellezza: la piacevolezza è quando si sta bene, quando vedi una cosa e ti metti a tuo agio, quando quello che stai guardando in qualche modo ti sta riportando dentro all'humanitas, alla magnifica Humanitas — giusto perché vogliamo richiamare anche l'ultima enciclica del Papa, faticosa ma profonda.

Una chiosa finale

Prima di congedarsi, il Professore aggiunge una riflessione che ha il sapore di un manifesto:

«L'intelligenza artificiale è uno strumento, uno strumento potentissimo che ci consente di affrancarci dalla schiavitù del calcolo e per certi versi anche di orientare una certa creatività. Ma cum grano salis: bisogna stare molto attenti, perché può portarci fuori strada. Per fortuna i modelli di funzionamento li conosciamo, e quindi siamo in grado di valutare se l'esito di una progettazione assistita dall'intelligenza artificiale corrisponde al vero o semplicemente al verosimile. La chiave di lettura non può che essere quella di chi ha competenza, capacità di discernimento, possibilità di critica. Il che significa che non è da tutti: ogni mestiere ha bisogno delle sue eccellenze. Per essere degli ingegneri come si deve, a tutto tondo, la mia battuta è: bisogna essere «eccellenti nella quotidianità».

Anche nelle nuove forme dobbiamo essere attenti, vigili, perché potrebbero portarci nel baratro. Ma io credo invece che sarà uno stimolo ulteriore per far crescere le nuove generazioni, perché avranno più tempo per pensare, dovendo dedicare meno tempo all'analisi. L'analisi serve a posteriori, soprattutto nelle situazioni in cui devi intervenire su opere esistenti, valutarne la resistenza e l'affidabilità. Del resto ho pubblicato nel '95 un libro sulla durabilità delle opere in calcestruzzo che teorizza proprio questo sistema. Fa male vedere che dopo trent'anni siamo ancora praticamente agli albori, perché la competenza non si inventa dalla sera alla mattina: ci vogliono anni, e soprattutto aver macerato il cantiere, le modalità costruttive e i limiti del costruito.»