Conversazione con Don Guido Colombo sull'Enciclica papale Magnifica Humanitas
Don Guido Colombo è sacerdote paolino, giornalista e scrittore, consigliere della Provincia Italia della Società di San Paolo e direttore Nazionale dei Cooperatori Paolini. Vicario Provinciale della Società San Paolo in Italia, si destreggia tra la gestione di due riviste e l'impegno di collaborazione con Radio Vaticana e il portale Vatican News. La sua vocazione alla comunicazione, sulle orme di san Paolo, lo ha affascinato fin da giovane.
Don Guido, l'Enciclica si apre con due grandi figure bibliche – la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme guidata da Neemia – e li trasforma in chiavi di lettura del presente digitale. In che modo queste due narrazioni così antiche riescono a parlare all'uomo iperconnesso di oggi, e quale delle due immagini la colpisce di più come comunicatore?
È una scelta narrativa bellissima. La torre di Babele è l'icona della hybris tecnologica: l'umanità che pretende di edificare la propria salvezza senza alzare lo sguardo verso il Creatore, inseguendo la pura efficienza, l'omologazione, il dominio fine a se stesso. Leone XIV riconosce in questa immagine il volto dell'intelligenza artificiale quando viene piegata a una logica idolatrica: tutto diventa misurabile, tutto diventa ottimizzabile, e chi non produce – il fragile, il piccolo… – rischia di venire escluso dal progetto. Neemia invece incarna il discernimento credente: è l'uomo che si lascia ferire dal dolore del suo popolo, che si mette in ginocchio prima di mettersi all'opera, che non costruisce da solo ma chiama a raccolta l'intera comunità – il levita accanto all'orafo, la donna accanto al giovane. La sua ricostruzione non parte dalle strutture, parte dai legami; non parte dalla potenza, parte dalla preghiera. È un cantiere che ha Dio come architetto e la fraternità come fondamento.
L'Enciclica ci pone davanti a questo bivio con grande chiarezza: o la logica della torre di Babele, che seduce con la sua grandiosità ma produce dispersione e solitudine, o la logica di Neemia, che accetta la fatica della comunione e ricostruisce dal basso, pietra dopo pietra, relazione dopo relazione.
Uno dei nodi centrali del documento riguarda la distinzione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Leone XIV avverte che confonderle sarebbe un equivoco gravissimo. Eppure viviamo in un tempo in cui molte persone si rivolgono ai chatbot come a dei confidenti e i media parlano correntemente di «macchine che pensano».
Leone XIV è molto chiaro: la tecnologia non è il nemico. È radicata nella storia umana come espressione della creatività che Dio ha donato all'uomo. L'IA può curare, connettere, educare, alleggerire il lavoro pesante e ripetitivo – tutto questo è positivo, tutto questo è parte del mandato creaturale di «coltivare e custodire». Ma il Papa mette in guardia da due rischi seri. Il primo è che questi sistemi vengono presentati come neutrali e oggettivi, quasi fossero specchi della realtà, mentre in verità riflettono le scelte, i pregiudizi e gli interessi di chi li ha progettati e finanziati. Il secondo rischio è ancora più profondo: l'IA tende ad accelerare quello che Leone XIV chiama il «paradigma tecnocratico», cioè la logica per cui ciò che conta è solo l'efficienza, e tutto il resto – la fragilità, la relazione, la coscienza – diventa un ostacolo da rimuovere.
E qui si innesta la distinzione forse più importante dell'Enciclica: quella tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. I sistemi di IA imitano alcune funzioni della mente umana, spesso la superano in velocità e calcolo, ma non vivono un'esperienza. Non hanno un corpo, non conoscono dall'interno cosa significa amare, soffrire, sbagliare, perdonare, crescere. Possono simulare empatia, ma non comprendono ciò che producono. C'è un passaggio dell'Enciclica particolarmente esplicativo riguardo alla funzione dell'errore: per un algoritmo l'errore è qualcosa da correggere, mentre per una persona può essere l'inizio di una conversione, di un cambiamento profondo. Il futuro di un essere umano non è calcolabile – è affidato alla sua libertà e alla grazia di Dio. È questo il cuore del messaggio: la persona umana resta un mistero che nessuna macchina potrà mai esaurire.
L'Enciclica non si limita alla riflessione teologica, ma prende posizione su questioni come il potere dei colossi tecnologici, la concentrazione dei dati...
È vero, e credo che questa sia una delle chiavi di lettura più importanti del documento. Leone XIV vuole mostrarci la bellezza di un cammino vivo, un cammino che la Chiesa percorre da oltre un secolo. La dottrina sociale non è un codice fisso da applicare meccanicamente: è – come ci ricorda il Papa – un «corpus vivo di verità» che cresce e matura nel confronto con le sfide di ogni epoca. Ogni Papa ha raccolto il testimone e lo ha portato un passo più avanti, leggendo i segni del proprio tempo alla luce del Vangelo.
Nel pontificato di Leone XIV le res novae del nostro tempo sono l'intelligenza artificiale e la rapidissima diffusione dell'innovazione tecnologica, che sta permeando ormai ogni dimensione della vita umana. Il fatto che il Santo Padre dedichi tante pagine a questa retrospettiva testimonia che la Chiesa è tradizione viva, attenta all'uomo e alla sua vocazione integrale, e che il suo insegnamento odierno affonda le radici nella sapienza perenne di quanti l'hanno preceduta nel servizio alla Verità.
L'Enciclica affronta con decisione anche i temi del transumanesimo e del postumanesimo, correnti di pensiero che prospettano il superamento dei limiti biologici dell'essere umano attraverso la tecnologia. Sono termini che forse non tutti hanno ancora pienamente assimilato, eppure abbastanza rilevanti da meritare un'intera sezione del documento. Può spiegarci in parole semplici cosa significano questi concetti?
Sono correnti di pensiero molto influenti, radicate soprattutto nei centri di potere tecnologico della Silicon Valley ma ormai diffuse ben oltre quei confini, che immaginano di superare i limiti della condizione umana attraverso la tecnologia. Il transumanesimo sogna un uomo potenziato: più forte, più intelligente, più longevo grazie a impianti, algoritmi, ingegneria genetica. Il postumanesimo si spinge ancora oltre e immagina un'ibridazione tra uomo e macchina fino a raggiungere un nuovo stadio evolutivo, quasi una «salvezza tecnica», una redenzione senza Redentore.
Leone XIV prende le distanze da queste visioni in modo piuttosto chiaro. Il punto di fondo è questo: quando si comincia a guardare all'essere umano come a qualcosa da migliorare o correggere, si apre la porta a una logica in cui qualcuno può finire per essere considerato meno utile, meno desiderabile, meno meritevole di attenzione. È la stessa logica dello scarto di cui parlava Francesco nella Laudato si' e nella Fratelli tutti, solo enormemente potenziata dalla crescente capacità della tecnologia di selezionare, classificare, escludere.
E qui il Papa ci offre una bellissima riflessione: il vero «più che umano», ci dice, non viene dalla tecnologia ma dalla grazia. È Cristo che ci chiama a trascendere noi stessi nell'amore, nella donazione, nel servizio – non una macchina. La vera trascendenza dell'umano è quella pasquale, non quella algoritmica.
L'Enciclica dedica pagine intense al tema del lavoro, ma lo fa con un'angolatura che va ben oltre la questione economica. Leone XIV sembra preoccupato non solo per chi perde il posto a causa dell'automazione, ma per una trasformazione più profonda del senso stesso del lavoro. Può aiutarci a cogliere questa sfumatura?
Nella tradizione della dottrina sociale, il lavoro non è mai stato solo un mezzo di sostentamento: è il luogo in cui la persona sviluppa se stessa, costruisce relazioni, partecipa attivamente al bene comune. San Benedetto lo aveva intuito secoli fa con il suo ora et labora: il lavoro è parte integrante della vocazione umana, è collaborazione all'opera creatrice di Dio.
Oggi però l'automazione e l'intelligenza artificiale rischiano di svuotare questa dimensione dall'interno. Il Papa osserva con preoccupazione un'inversione silenziosa: sempre più spesso non è la macchina che si adatta al lavoratore, ma il lavoratore che deve piegarsi al ritmo, ai tempi e alle richieste della macchina. L'umano diventa appendice dell'algoritmo, e non il contrario. Oggi temiamo una disoccupazione di massa che non sarebbe solo un problema economico, ma una vera calamità sociale e spirituale, perché privare una persona del lavoro significa privarla di dignità, di ruolo, di senso, del sentirsi utile e partecipe di qualcosa di più grande. A questo si aggiunge un'ingiustizia strutturale: i benefici dell'innovazione finiscono per arricchire chi è già ricco, mentre i costi – la precarietà, lo spaesamento, l'esclusione – ricadono sempre sui più vulnerabili. Per questo servono politiche del lavoro più coraggiose, percorsi di riqualificazione professionale accessibili a tutti e non solo a chi può permetterseli, e soprattutto un cambio di mentalità: la dignità del lavoratore deve diventare un criterio di successo per le imprese, non un costo da comprimere in nome del profitto.
L'Enciclica non si limita alla riflessione teologica, ma prende posizione su questioni geopolitiche come le guerre e le armi autonome.
Leone XIV denuncia con parole forti quello che chiama la «normalizzazione della guerra»: viviamo in un tempo in cui il conflitto armato viene presentato quasi come una scelta naturale, una variabile inevitabile della politica internazionale, mentre si erodono progressivamente quei criteri etici che la tradizione cristiana e il diritto internazionale avevano faticosamente costruito per limitarne l'uso.
I sistemi d'arma autonomi guidati dall'intelligenza artificiale aggravano drammaticamente questo scenario: rendono la guerra apparentemente più «praticabile», la sottraggono al controllo umano diretto, abbassano la soglia morale del ricorso alla violenza e – forse la cosa più inquietante – riducono le vittime a dati, a coordinate su uno schermo. Il Santo Padre, con fermezza assoluta, richiama ad una verità che non ammette eccezioni: la decisione di togliere la vita a un essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, non può essere consegnata a un algoritmo. Non esiste e non potrà mai esistere un 'agente morale artificiale' capace di sostituirsi alla coscienza umana — quel sacrario interiore dove la persona si trova sola con Dio — davanti alla gravità irrevocabile della morte inflitta. È un principio non negoziabile, radicato nella sacralità inviolabile della vita.
E da qui Leone XIV lancia un appello alla comunità internazionale: servono regole condivise e vincolanti, serve un controllo umano effettivo e non solo formale su ogni sistema d'arma, serve la tracciabilità piena delle responsabilità. Perché dove nessuno è responsabile, tutto diventa possibile – e questo è esattamente il contrario della civiltà.
Ascoltandola, don Guido, emerge con chiarezza che questa non è semplicemente un'Enciclica sulla tecnologia o sull'intelligenza artificiale in senso stretto. Leone XIV sembra usare la rivoluzione digitale come una lente attraverso cui rileggere domande molto più ampie sulla civiltà, sulla convivenza, sul modello di sviluppo che stiamo scegliendo. È corretto dire che il vero tema di fondo è un altro, e che l'IA è in un certo senso l'occasione per porlo con urgenza nuova?
Esattamente. L'Enciclica ha colpito l'opinione pubblica soprattutto nelle sue parti dedicate all'intelligenza artificiale, che è un tema oggi molto sentito e dibattuto. Ma in realtà il documento si muove su un orizzonte molto più ampio. È una riflessione profonda sulla civiltà che vogliamo costruire, sul tipo di mondo che stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi. Leone XIV riprende quell'espressione luminosa di Paolo VI – «civiltà dell'amore» – e la proietta con coraggio nell'era digitale, chiedendosi: è ancora possibile? È ancora il nostro orizzonte?
La domanda che attraversa ogni pagina del documento è in fondo semplicissima: la tecnologia, l'intelligenza artificiale, lo sviluppo economico stanno rendendo la vita umana più umana? Più degna? Più fraterna? Se la risposta è sì, allora possiamo abbracciare questi strumenti con gratitudine e responsabilità, riconoscendovi un riflesso della creatività che Dio ha posto nell'uomo. Ma se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce, se le connessioni si moltiplicano mentre i legami veri si spezzano, se produciamo sempre di più ma ci prendiamo cura sempre meno gli uni degli altri – allora siamo davanti a una nuova torre di Babele. Grandiosa nei suoi numeri, impressionante nelle sue capacità, ma in fondo disumana e destinata a produrre dispersione e solitudine anziché comunione.
L'Enciclica si chiude con il Magnificat di Maria, un canto che parla di rovesciamento dei potenti e di innalzamento degli umili. È una chiusura sorprendente per un documento che affronta temi come l'intelligenza artificiale e il transumanesimo. Perché il Papa sceglie di affidare l'ultima parola a Maria, e cosa significa questa scelta per i credenti – e i non credenti – che leggeranno il documento?
Sì, è una scelta spiritualmente potente, e direi anche umanamente commovente. Maria nel Magnificat vede ciò che il mondo non vede e non vuole vedere: che Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili, ha già riempito di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. È lo sguardo di chi guarda la storia dalla parte di Dio, cioè dalla parte degli ultimi.
Il Papa invita tutti – credenti e non credenti – a fare proprio quello sguardo: guardare la realtà dal basso, dalla parte dei piccoli, delle vittime, di chi viene escluso dai grandi processi di innovazione e di profitto. E non si ferma alla contemplazione: propone un programma di vita cristiana concreto per l'era digitale. Restare fedeli alla verità in un tempo di manipolazione, investire nell'educazione quando tutto spinge verso la superficialità, curare le relazioni autentiche in un mondo di connessioni virtuali, amare la giustizia e la pace quando la logica dominante è quella della competizione e del dominio.
In fondo, il Papa ci riporta alla figura di Neemia. Ascoltare il grido della città ferita, mettersi in ginocchio nella preghiera, discernere con pazienza la volontà di Dio, e poi rimboccarsi le maniche e ricostruire – mattone dopo mattone, relazione dopo relazione – le mura della convivenza fraterna, con la pazienza di chi sa che ogni pietra posata nell'amore è già regno di Dio.
