Intervento del Presidente CESTI alla presentazione del libro "Sulle orme di Lucia"
Nel pomeriggio del 10 giugno, il giornalista Salvatore Di Salvo ha presentato il suo libro "Sulle orme di Lucia" (scritto con Alessandro Ricupero) nella Sala "Caduti di Nassirya" di Palazzo Madama.
L'evento si è svolto su iniziativa della senatrice Daniela Ternullo ed ha visto gli interventi, moderati dalla Direttrice di Isoradio, Alessandra Ferraro, oltre che degli stessi autori e della senatrice anche di Mons. Renzo Giuliano, Don Simone Bruno, Alessandro Gisotti, Luigi Ferraiuolo, Milena Romeo, Alfio Consoli ed il Presidente CESTI, Carmelo Cutuli. La presentazione è stata impreziosita dalla proiezione di un video sulla peregrinatio di Santa Lucia e dalla recita di alcuni passaggi del libro da parte di Alexandra Celi.
Di seguito l'intervento integrale del Presidente del CESTI, che per motivi di tempo, nel corso della conferenza stampa è stato sintetizzato:
"C'è un equivoco in cui spesso cadiamo quando ci accostiamo alle figure dei Santi non contemporanei: quello di considerarli reliquie devozionali di un tempo che non ci appartiene più. Eppure, se davvero ci disponiamo all'ascolto, scopriamo che anche i Santi vissuti in tempi remoti possono essere formidabili interpreti del nostro presente. Essi, profondamente immersi nel loro tempo, giungono a noi con tutta la carica dirompente del loro messaggio, della loro storia di sacrificio e di grazia, e ci consegnano una chiave ermeneutica capace di aprire le porte più serrate della nostra contemporaneità.
Bussole viventi, la loro santità non invecchia perché non è figlia della cronaca, ma della Verità — e la Verità, lo sappiamo, non conosce tramonto. Tra queste figure luminose, Santa Lucia, con il suo messaggio, il senso del suo sacrificio, in questo tempo dominato dall'esteriorità e dalla tirannia dell'immagine, assume una particolare centralità.
La radice latina lux, lucis — la luce — già nel nome ne fa la Santa della vista, dello sguardo, della capacità di vedere oltre il visibile. L'immagine che ci consegna l'iconografia classica è molto forte: una giovane donna che regge i propri occhi su un piatto d'argento. Un'immagine che a uno sguardo superficiale potrebbe apparire addirittura macabra, ma che a una lettura più profonda si rivela di una bellezza teologica sconvolgente. È l'immagine di una donna che rinuncia allo strumento della visione terrena per acquisire una vista incomparabilmente più acuta: quella della fede.
Ora, fermiamoci un istante e chiediamoci in che modo questa giovane siracusana del IV secolo parla a noi, uomini e donne del terzo millennio?
La vista è, tra i cinque sensi, quello più sollecitato, più aggredito, più mercificato dalla nostra epoca. Viviamo una vita letteralmente circondata da schermi. Schermi che ci parlano, che ci seducono, che ci comandano. E, a nostra volta, diventiamo oggetto dell'altrui sguardo attraverso un numero sempre crescente di videocamere e fotocamere che riprendono — spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo — ogni frammento della nostra esistenza. Il mondo è diventato un immenso palcoscenico, e la competizione per esporsi alla vista e alla considerazione degli altri ha raggiunto soglie insostenibili.
Il mantra odierno potrebbe essere formulato così, parafrasando Cartesio: videor ergo sum — sono visto, dunque esisto. Non più cogito ergo sum, non più "esisto perché penso", ma "esisto nella misura in cui sono visibile". L'essere ha ceduto il passo all'apparire con una disarmante resa incondizionata.
Questo tripudio dell'esteriorità moderna — di cui i social network e i selfie rappresentano forse l'apoteosi — non è fenomeno del tutto nuovo nella riflessione sociologica. Già Georg Simmel, alle soglie del Novecento, descriveva lo "sguardo metropolitano" come tratto distintivo della modernità urbana: quello sguardo fugace, incessante, reciproco che trasforma ogni passante in spettatore e spettacolo al tempo stesso. E Guy Debord, nel suo profetico La Société du Spectacle, ci avvertiva che saremmo giunti al punto in cui tutto ciò che era direttamente vissuto si sarebbe allontanato in una rappresentazione. Ebbene, quel punto non solo è stato raggiunto: è stato superato. Noi non assistiamo più allo spettacolo — noi siamo lo spettacolo.
Siamo tutti protagonisti, spesso inconsapevoli, di uno scellerato Panopticon — quella struttura carceraria ideata da Jeremy Bentham e resa paradigma filosofico da Michel Foucault — una gabbia circolare in cui gli occhi ci controllano incessantemente, fino a produrre l'effetto più perverso: da controllati diventiamo controllanti, da osservati diventiamo ossessivi osservatori di noi stessi. Interiorizziamo lo sguardo del potere e lo rivolgiamo contro la nostra stessa anima. Ci giudichiamo con gli occhi del mondo. Ci misuriamo con il metro della visibilità. E in questo gioco di specchi, finiamo per smarrire ciò che davvero siamo.
La fede, ci insegna Lucia, non si vede: si sente. Essa nasce da una luce che promana dalla profondità dell'anima, non dalla luminescenza di uno schermo. È una luce che non abbaglia, ma riscalda. Non acceca, ma orienta.
Dovremmo essere in grado, come lei, di chiudere gli occhi sul frastuono visivo del mondo per aprirli su quella realtà invisibile che è più reale di ogni realtà. Dovremmo avere il coraggio — e qui il termine coraggio non è casuale, poiché ha in sé la radice cor, cuore — il coraggio di sottrarci alla dittatura dello sguardo altrui per ritrovare lo sguardo di Dio su di noi. Perché, come tutti sappiamo, c'è una differenza abissale tra l'essere guardati dal mondo e l'essere guardati da Dio. Lo sguardo del mondo giudica, classifica, consuma e scarta. Lo sguardo di Dio accoglie, redime, trasforma e salva.
Santa Lucia ci insegna che la rinuncia alla vista esteriore non è una mutilazione, nel nostro caso fortunatamente metaforica, ma una liberazione. In un tempo in cui siamo schiavi dell'immagine — della nostra immagine — il messaggio di Lucia assume il carattere di una rivolta contro l'idolatria dell'apparenza. È la definitiva proclamazione che il nostro valore non risiede in ciò che mostriamo, ma in ciò che siamo nel segreto del nostro cuore, là dove solo Dio vede.
Il mondo oggi ci chiede i nostri occhi — li vuole incollati ai suoi schermi, asserviti ai suoi algoritmi, ipnotizzati dalle sue vetrine. Lucia ci insegna che possiamo sottrarli a questa servitù e rivolgerli altrove, verso l'alto, verso l'interno, verso quel luogo intimo e sacro dove la luce di Cristo non si spegne mai."
